LA TERRAFERMA DI EMANUELE CRIALESE

Terraferma di Emanuele Crialese è un gran bel film italiano, ha già guadagnato il premio speciale della Giuria alla Mostra di Venezia ed era candidato agli Oscar 2012 come Miglior Film Straniero, prima che la giuria decidesse di non farlo arrivare al rush finale.

Il film è ambientato a Lampedusa, in epoca contemporanea, e racconta la storia di tre abitanti che d’estate vivono di pesca e di turismo. Al centro della famiglia c’è un anziano pescatore che è legato saldamente alle leggi del mare, una giovane donna che sogna di raggiungere la terraferma per vivere una vita migliore ed un ragazzo confuso che cerca di fare ciò che è giusto.

L’anziano pescatore (Mimmo Cuticchio) e il nipote (Filippo Pucillo) prestano soccorso ad un gruppo di clandestini in mare, mettendone in salvo alcuni, tra i quali una donna incinta e già madre di un altro bambino. Decidono di non denunciare il fatto, ignari della nuova legge sui respingimenti, e di conseguenza viene loro sequestrato il peschereccio. La madre di Filippo (Donatella Finocchiaro) si prende cura della clandestina ed insieme al nonno l’aiuta a partorire e poi organizza il piano per farla approdare sulla terraferma.

Ciò che ha portato la donna isolana ad interessarsi della clandestina è proprio la paura, il volto di quella donna africana che emerge dal fondo scuro la incupisce, la spaventa perché le fa credere di essere lei la minacciata, quando in realtà non è così. Di conseguenza è questo sentimento di improvviso timore che la porta a prendersi cura della clandestina, instaurando così un legame fatto di speranza per un futuro migliore.


Uno dei personaggi più importanti del film è il giovane Filippo che in prima persona vive il contrasto tra la legge dell’uomo e la legge del mare, tramandatagli dal nonno. Il suo momento di svolta avviene quando in lui affiora finalmente il senso colpa: trovatosi in piena notte su un battello in mezzo al mare, per poco non viene ribaltato da alcuni naufraghi africani che gli chiedono aiuto. Il ragazzo, spaventato per quello che sarebbe potuto accadere nel caso in cui avesse deciso di salvarli (come aveva fatto in precedenza col nonno), impedisce loro di salire colpendoli con un remo. Quando rivedrà quei sopravvissuti rinvenire sulla spiaggia, nascerà in lui un senso di ribellione e di rabbia che lo porterà alla svolta finale.

Questo è un film che tocca molto da vicino, Crialese mostra allo spettatore quanto al giorno d’oggi l’egoismo e l’insensibilità abbiano portato l’uomo a rifiutare le leggi della natura, talvolta scomode ma umane, per reggere delle nuove leggi più comode e, sebbene scritte dagli uomini, più disumane di quelle naturali.

Ad un certo punto del film, tramite un piano sequenza “sottomarino”, il regista mostra allo spettatore cosa gli uomini abbiano lasciato scivolare sul fondo del mare: scarpe, documenti, taccuini, vestiti appartenenti ai cadaveri dei clandestini che ancora numerosi giacciono sul fondo del mare, ma anche simboli religiosi che rappresentano quei valori cristiani dimenticati o per comodità accantonati.

Questo non è un film semplice ed essenziale, quanto piuttosto una vera lezione di vita che spero sappia scuotere l’indifferenza insita in tutti noi e che negli ultimi tempi è emersa in maniera prepotente, senza essere minimamente contrastata, non solo davanti agli occhi degli abitanti di una semplice isola, ma a quelli di un intero Paese.

ARRIETTY – IL MONDO SEGRETO SOTTO IL PAVIMENTO

Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento è il nuovo film dello Studio Ghibli, diretto dal regista emergente Hiromasa Yonebayashi, sceneggiato e prodotto da Hayao Miyazaki, tratto dal libro The Borrowers dell’inglese Mary Norton.

Nella periferia di Tokyo, Arrietty vive con la sua famiglia di gnomi in una casetta costruita sotto il pavimento. La giovane, alta poco più di un mignolo, attende impaziente il giorno dell’avanscoperta: assieme al padre salirà in superficie per entrare nella cucina degli umani e “prendere in prestito” una zolletta di zucchero. Durante questa esplorazione Arrietty verrà vista da Sho, un bambino della sua età ma di “dimensioni diverse” che, incuriosito dall’esistenza degli gnomi, cercherà in tutti i modi di avvicinarsi a loro. Arrietty cerca di nascondersi dall’umano Sho che, ammalato di cuore, attende nella casa in campagna un’operazione che potrà salvargli la vita. Il nucleo del film resta l’amore tra i due giovani e sarà proprio grazie a questo legame che Sho ritroverà la voglia di vivere e di combattere.

Il film racconta una delicata rete di avvenimenti in cui i personaggi più minacciosi risultano essere: un gatto, un corvo, degli insetti ed infine una domestica vecchietta. Nonostante vengano superati gli ostacoli, ad Arrietty e famiglia non resta che trasferirsi altrove perché, essendo stati visti dagli umani, sono consapevoli che la convivenza con loro non sarà possibile.

È curioso notare come, per svariate funzioni, gli gnomi recuperino alcuni oggetti incustoditi dagli umani, ad esempio: uno spillo diventa una spada, il nastro biadesivo un mezzo d’arrampicata, gli orecchini dei ganci ed una caraffa un’imbarcazione. Con il riutilizzo di questi oggetti, Miyazaki mostra allo spettatore come gli gnomi “prendi in prestito” vivono recuperando, in piccole dosi, ciò che gli umani sperpererebbero.

L’intero film è accompagnato dalla colonna sonora della cantante e musicista bretone Cécile Corbel che ha eseguito il tema “Arrietty’s song” in francese, inglese, italiano e giapponese.
Questo film d’animazione per bambini,  nonostante la sua semplicità, non può che coinvolgere anche gli adulti.

THIS MUST BE THE PLACE (PARTE II): LA CADUTA E LA RINASCITA

This Must Be The Place inizia con l’Irlanda e finisce con l’Irlanda. Inizia con un uomo triste e annoiato, forse un po’ depresso (come dice lui) e termina con un uomo rinato, contento, con una luce luminosa negli occhi.

La cinepresa inizia col farci conoscere questo uomo, Cheyenne (Sean Penn), che si abbandona all’insostenibile leggerezza dell’essere, alla noia e al flusso costante del tempo, scandaglia a fondo quello che rimane di un rockstar ‘in pensione’, melanconica e depressa che si è autoconvinta di essere l’artefice spirituale del suicidio di due ragazzi che al tempo si consolavano con le canzoni della sua band.

Un uomo ricchissimo, che vaga nella sua immensa magione e che non sa che farsene della sua piscina, tant’è che è vuota e la usa per giocare assieme alla sua solare moglie che fa la pompiere per hobby. Tutto scorre, lento e inesorabile, sino alla telefonata che gli annuncia che suo padre sta morendo a New York. E tutto si sconvolge.

Cheyenne deve partire ma ha paura di prendere l’aereo, su cui non sale da 30 anni e per questo va nella grande metropoli in nave. Ma ci mette troppo tempo. Quando trova i quaderni del padre che indicano come trovare il suo carnefice nazista ad Auschwitz, Cheyenne parte per la seconda parte del suo viaggio, quella che gli farà riscoprire sé stesso, che gli farà mettere in gioco le sue credenze, le sue paure, e sarà posto di fronte ad un bivio: la redenzione o la vendetta.

Tutto ciò, come già sottolineato dalla nostra brava Ms Brightside, viene esplorato in maniera immensa dalla grande musica, la grande protagonista del film; in aggiunta a questo, lo spettatore attento quando ripenserà a This Must Be The Place non potrà fare a meno di ricordarne la grande fotografia. Il primo piano, il grande eletto dell’intera opera è il mezzo più potente di analisi di ogni personaggio di questo film. Il primo piano scandaglia, mette a fuoco, denuda.

E poi i grandi spazi. La cinepresa spazia su strade dritte, infinite, che riempiono l’intero schermo di quella vastità tipica dei paesaggi americani; metafora continua del viaggio esistenziale del protagonista. Il deserto del New Mexico, la desolazione dei luoghi, metafora dell’anima di Cheyenne, la distesa di neve nello Utah dove trova il nazista e lo fa confessare.

Solo alla fine di questo lungo viaggio, la rockstar torna in Irlanda, nel suo paesino, questa volta non più ricoperto di nubi. Il sorriso finale sul suo volto è l’immagine dell’avvenuta catarsi, della completa rinascita dell’uomo Cheyenne/John Smith, che ha messo da parte la tristezza, che ha chiarito molti dubbi su sé stesso e che intraprende un nuovo percorso.

Sulle note di ‘This Must Be The Place‘ partono i titoli di coda, lo spettatore si alza, con quella sensazione di leggerezza e spensieratezza tipica di una catarsi avvenuta.

Accendiamo la radio e partiamo.

THIS MUST BE THE PLACE (PARTE I): THIS MUST BE THE SOUNDTRACK

Se c’è una cosa che amo è andare al cinema di domenica. Come dice una mia saggia amica, andare al cinema di domenica è un po’ come essere salvati e, con ‘This Must Be the Place’, domenica a salvarmi sono stati in tre: Sorrentino, Cheyenne e Byrne.

Primo tra tutti il regista – napoletano doc – che già con ‘Il Divo’ (2008) si guadagnò il favore della critica internazionale e che si cimenta qui con la sua prima opera girata in lingua inglese; Sorrentino è direttore d’orchestra magistrale che guida Cheyenne, rock star in declino impersonata da un Sean Penn dipinto con tratti che ricordano Robert Smith dei Cure – rossetto resistente all day long e capello arruffato inclusi – nel suo viaggio in America alla ricerca del nazista che ha perseguitato suo padre durante la seconda guerra mondiale. Cheyenne è depresso, cinico, non vuole suonare più, ridacchia e la sua missione è quella di far mettere insieme due ragazzini, sapendo che non ci riuscirà mai. Cheyenne è in cerca di se stesso, anche se è in New Mexico, mica in India.

Poi c’è lui, un immenso David Byrne (fondatore dei Talking Heads nel 1974), che ha composto l’intera colonna sonora del film e che si esibisce in un’interpretazione strepitosa di ‘This Must Be the Place‘ (eggià, il titolo del film è un tributo a questa canzone!) che si rifà a quella di ‘Stop Making Sense‘, documentario sui Talking Heads del 1984 diretto da Jonathan Demme.

Altro elemento del collage musicale che compone l’impeccabile colonna sonora di ‘This must be the place’ è il finto gruppo ‘The Pieces of Shit‘ (‘I Pezzi di Merda’), talentuosi musicanti da centro commerciale, che fanno compagnia a Cheyenne sottoforma di demo col quale vorrebbero farsi produrre.

Sono svariate le interpretazioni della canzone protagonista del film: la migliore è decisamente quella che vede il nipotino cicciottello del nazista cercato da Cheyenne cimentarsi in un duetto voce-chitarra col burbero rocker e che strappa una lacrimuccia; la più sottile è forse quella rappresentata dal film stesso, come messa in scena della ricerca e del ritrovamento di quel posto particolare in cui sentirsi in armonia con se stessi, un misto di equilibrio e consapevolezza che, almeno io, sono riuscita a scorgere in un cinema di domenica pomeriggio.

CARNAGE: APOTEOSI DELLA TRUCULENZA UMANA

Brooklyn. Un appartamento. Due coppie di genitori che si trovano per chiarire un litigio tra i rispettivi figli. Parole. Fiori. Torta. Cellulare. La carneficina.

Una serie di istantanee potrebbero riassumere così quello che a mio parere è il film migliore di Roman Polanski.

Come detto prima, siamo a Brooklyn, in un appartamento della medio-borghesia newyorchese. Due genitori, i Longstreet e i Cowan, si sono ritrovati per trovare una soluzione al litigio scoppiato tra i due rispettivi figli, dal quale uno ne è uscito con due incisivi in meno.

I coniugi Longstreet, lui (John C. Reilly) un grossista di maniglie e sciacquoni, lei (Jodie Foster) una attivista politica di molteplici cause e scrittrice di un libro sulla sua esperienza africana, accolgono i Cowan, lui (Christoph Waltz)  un avvocato perennemente appiccicato al suo Blackberry, parte difensore di una ditta farmaceutica, lei (Kate Winslet), un broker finanziario un po’ influenzata e dallo stomaco suscettibile.

Quella che sembra iniziare come una normale discussione tra genitori si trasforma presto in rovina. Il signor Cowan non si stacca dal Blackberry, i signori Longstrett sono gentili e prodighi fino alla nausea, la signora Cowan invece troppo nervosa, vomita la torta appena offerta sui preziosi libri d’arte della Longstreet. Il putiferio.

In un rocambolesco vortice di botta e risposte e virtuosismi dialettici, la discussione tra i due genitori diventa una guerra senza esclusione di colpi (verbali) in cui tutte e due le parti tirano fuori il meglio della bassezza umana. Falsità, razzismo, misoginia, vanità, sono solo alcune delle bassezze che escono dalla guerra verbale dei quattro genitori, isolati dal resto del mondo, chiusi in un salotto, per un’ottantina di minuti di film che bloccano l’attenzione dello spettatore sin dal primo fotogramma all’ultima geniale inquadratura del criceto dei Longstreet, felice e allo stato brado nel parco vicino, lui precedente vittima della bassezza del signor Longstreet.

Tratto dalla pièce teatrale Il Dio della Carneficina di Yasmine Reza, Carnage è l’ennesima prova del grande talento del cineasta Polanski, ancora una volta alla prese con un’indagine della società umana. Come nei precedenti Cul-de-sac e Il Coltello nell’Acqua, Polanski ci offre di nuovo un gruppetto di persone isolate dal resto del mondo, litiganti e fameliche, basse e grette al di sotto della patina di lusso e ordinarietà borghese. Una commedia che va in un crescendo di adrenalina, fino alla sbronza finale dei quattro genitori, incapaci di giungere ad una conclusione pacifica e razionale mentre i rispettivi figli hanno ormai fatto la pace da un bel pezzo.

La pièce teatrale di per sé geniale, viene rilanciata e portata al massimo in questa incredibile prova attoriale, grazie al talento dei quattro premi Oscar. La macchina da presa è un voyeur feticista che spia i quattro litigiosi, li inquadra nei minimi particolari, ne cattura essenze ed espressioni facciali da manuale, non tralascia un sottaciuto o un quasi impercettibile tic della palpebra scossa dall’odio infernale.

Carnage è la perfetta immagine dell’uomo contemporaneo: un concentrato di bile e nevrosi, pronto a scoppiare come la peggiore delle bombe grazie ad una banale nausea da torta, una parola di troppo, un oggetto personale rovinato. E’ il ritratto dell’uomo moderno che segue inesorabilmente i precetti del sanguinario dio della carneficina.

La risata dello spettatore attento, che ha goduto della lite dei quattro per una buona ora e mezza, si trasforma presto in un riso amaro, conscio di aver visto nient’altro che un terribile spettacolo della società a cui egli stesso appartiene.

NEW YORK CITY: UNA CELEBRAZIONE IN CELLULOIDE

Qualcuno di voi lettori di MayJay ha una città dell’anima? Io, ad esempio, ne ho una. Ora, suonerà un pochino una cosa alla Madonna come nella sua nota canzone, ma sento davvero questo desiderio di dirvelo. Amo Parigi, fantastico su Praga, ho profonda nostalgia di Stoccolma e sto alla grande a Londra, ma la mia città dell’anima è sicuramente New York.

I taxi gialli, una passeggiata lungo Broadway mentre sorseggio un chai tea latte arraffato da Starbucks e mangio un bagel caldo, una corsa veloce in Central Park, iPod nelle orecchie e scoiattoli ovunque. Lo shopping in 5th Avenue, colazione da Tiffany e una camminata in TriBeCa e Brooklyn. Cemento, pannelli video in Times Square, fumo che esce dai tombini, luci…

Quando la visitai per la prima volta, mi sentii come se fossi già stato lì, come se sapessi già dove stavano certi edifici, determinate strade e posti, come se avessi già avuto esperienza in una precedente vita di Manhattan, o di Brooklyn. Più tardi, mi resi conto che sentivo questa connessione con la città grazie alle centinaia di metri di celluloide che erano stati girati lì. Tutta la mia infanzia e adolescenza erano state riempite da film e serie ambientate a New York.

Ora, devo dirvi che in questi giorni intorno all’11 settembre, sento questa necessità disperata di tornare indietro con la memoria ai terribili eventi di 10 anni fa, eventi nei quali persero la vita più di 3000 persone, a causa dell’odio e della pazzia umana. L’11 Settembre è diventata una data da libro di storia, una data piena di significati, una cicatrice sul calendario, una data da commemorare. L’11 Settembre è il giorno del silenzio, e ora, in un certo modo, il giorno in cui vorrei anche celebrare la città di New York, la sua forza di sopravvivenza e la sua magnificenza.

Da buon malato di celluloide, vorrei condividere con voi lettori una selezione personale di alcuni film e serie che, a mio avviso, celebrano al meglio questa fantastica metropoli.

Prima di tutto, quando penso a New York, penso a Manhattan, e allora chi, meglio di Woody Allen nel suo omonimo film e Scorsese con Taxi Driver e Gangs of New York hanno ritratto al meglio questa parte della città? Il bianco e nero di Allen racchiude tutta l’atmosfera della parte ricca della città, mentre Scorsese ci fa salire su di un taxi e ci fa scoprire i suoi angoli più oscuri, offrendoci una guida turistica davvero non convenzionale.

Quando penso a Manhattan, penso moda e quindi ecco che mi vengono in mente la brillante commedia Il Diavolo Veste Prada con una grande Meryl Streep nella parte del perfetto cattivo, e la divertente serie parente, Ugly Betty. Tutte e due ambientate nell’aggressivo mondo della moda, ci mostrano una versione vanitosa e snob di New York, ricoperta di glitter e con indosso tacchi estremamente alti. Stiamo parlando di moda? Va bene, ci siamo capiti. Sex and the City e Gossip Girl sono le serie che fanno per voi. Soldi, shopping, e nuove storie d’amore. È tutto quello che succede nell’Upper East Side.

Le altre due serie che mi hanno fatto amare NY e che mi hanno fatto sentire a casa sono ovviamente Friends e Will&Grace. Anni e anni passati con gli avventori del Central Perk café, nell’ufficio di Grace Adler e nella magione di Karen Walker.

Avete bisogno di una versione della città più oscura? La straordinaria e perfetta Glenn Close nel ruolo dell’avvocato di successo Patty Hewes nella serie Damages vi offre un personaggio indimenticabile e una città in cui i crimini e il mistero ne fanno la linfa vitale. Di tutte le serie che ho visto su New York in questi ultimi due anni, questa è probabilmente una delle mie preferite.

Tornando ai film, credo di dover terminare con una delle più recenti celebrazioni di questa città. New York, I Love You è il secondo film della serie Città dell’Amore, un insieme di film collettivi che celebrano sia l’amore che le città, iniziata con quella magnifica perla che è Paris, Je t’aime. New York, I Love You, è, come il suo predecessore, un’insieme di corti diretti da alcuni dei più importanti registi dei nostri tempi. Essendo girato in diverse zone della città, il film racconta l’amore in tutte le sue forme più sfaccettate, si sofferma sulla città stessa, mostrandoci avenue, strade, grattacieli, parchi, moli… Una vera e propria celebrazione della metropoli. Lo spettatore rimane subito ammaliato dalla città e dalle sue storie di amore liquido, mentre la scena finale lo lascerà con una voglia disperata di andare a fare un giro della metropoli.

Potrei andare avanti per pagine intere, ma credo di aver finito lo spazio necessario. Queste erano solo alcune celebrazioni della città delle luci e il mio piccolo tributo alla città che non dorme mai. E voi? Quale film o serie pensate che potrebbe incarnare al meglio la forza di questa fantastica città?

LA 68a MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA VISTA DA NOI

Dal 31 agosto al 10 settembre il Lido di Venezia è come al solito affollato da registi e attori di tutto il mondo, in sfilata sulla croisette per presentare le loro ultime fatiche. Tra le star più attese, Madonna e George Clooney che presentano le loro opere da registi.

La regina del pop Louise Ciccone spicca nella sezione fuori concorso con la sua seconda opera cinematografica, W.E., film storico-romantico sulla relazione tra Wallis Simpson ed Edoardo VIII, costretto ad abdicare per amore. W.E. racconta quello che Il Discorso del Re accenna all’inizio del film per poter dare poi più spazio al fratello di Edoardo VIII, Giorgio VI (interpretato da Colin Firth).

Anche George Clooney è in corsa con la sua quarta opera da regista, Le Idi di Marzo, film drammatico che narra le vicende del portavoce di un candidato alle primarie in Ohio, coinvolto in tradimenti e inganni a sfondo politico.

Roman Polanski, invece, il 31 agosto ha regalato al pubblico della Mostra la prima visione del suo Carnage, tratto dalla pièce teatrale Il Dio della Carneficina di Yasmine Reza. Il film rappresenta l’incontro-scontro tra due coppie di Brooklyn che una sera si incontrano in un appartamento per discutere del comportamento dei rispettivi figli precedentemente battutisi a scuola. I figli riescono presto a trovare un accordo e a risolvere pacificamente il contrasto mentre le due coppie di genitori scatenano una lite che precipiterà nel più profondo caos psicologico, lite in cui tutti i loro istinti misogini, pregiudizi e odi razziali la faranno da padrone. Il Lido ha già applaudito e osannato i quattro attori protagonisti, Kate Winslet, Jodie Foster, Christoph Waltz (il colonello Landa di Bastardi senza Gloria) e John C. Reilly. Curiosità: il film, ambientato a New York, è stato interamente girato a Parigi. Il regista non ha infatti ancora ottenuto l’autorizzazione al rientro negli Stati Uniti, a causa dei problemi avuti con la giustizia (ndr relazione con una minorenne). Per lo stesso motivo, Polanski non ha potuto nemmeno presentare di persona il suo lavoro a Venezia, dato che l’Italia ha  un accordo di estradizione con gli Usa.

Tra gli altri vari film, MayJayMagazine segnala inoltre l’ultimo di Steve McQueen, Shame, con protagonista Michael Fassbender (Bastardi Senza Gloria, e il recente Magneto in X-Men: First Class), il quale interpreta un sessuomane, la cui vita viene improvvisamente sconvolta e ribaltata dall’arrivo della sorellina che si stabilisce in casa sua. Fassbender torna anche in un’altra attesissima opera della Mostra, la nuova fatica di David Cronenberg, A Dangerous Method, con Keira Knightley e Viggo Mortensen. Si tratta di un biopic che esplora il rapporto dei due psicoanalisti Freud e Jung alle prese con la complessa relazione che instaurano con la bella paziente Sabina Spielrein.

Last but not least, Venezia accoglie anche l’ormai regista e scrittore James Franco (127 ore, Milk, Spider Man), il quale presenta nella sezione Orizzonti il suo Sal, altro biopic, ma sulla vita dell’attore Sal Mineo, stella del cinema hollywoodiano degli anni ’50, divenuto celebre per l’enorme successo di Gioventù Bruciata, a fianco del gigante James Dean. L’opera di Franco si sofferma sulle ultime ore di vita dell’attore, che, ormai all’apice del successo e pronto per girare il suo primo lungometraggio, viene brutalmente ucciso da un aggressore solitario. Il film esplora inoltre la vita privata dell’attore, conducento lo spettatore alla scoperta dell’anima del protagonista.

Ai fortunati lettori che riusciranno ad arraffare gli ultimi biglietti della Mostra non possiamo che augurare una buona e impegnatissima visione!

DONNE-MOI LA MAIN: IL CINEMA DEL VIAGGIO E DELLA NATURA

Come sempre, MayJay ha un occhio di riguardo per il cinema indipendente, perché spesso, è proprio nel cinema low-budget che si annidano perle di rara bellezza. Questa volta è toccato a Donne-Moi La Main, primo lungometraggio del regista francese Pascal-Alex Vincent.

Uscito in Francia nel 2009 e presentato in avant-première al Torino Film Festival del 2008, questo piccolo film continua tuttora a fare il giro dei vari Film Festival sparsi per il mondo, mentre case di distribuzione di nicchia hanno cominciato a farlo uscire sul mercato.

Donne-Moi la Main è un film su due fratelli gemelli, Antoine (Alexandre Carril) e Quentin (Victor Carril), che vivono in un paese del nord della Francia e che lavorano nella panetteria del padre. Nel bel mezzo di una notte, mentre il forno della panetteria comincia già a lavorare di gran carriera, i due ragazzi decidono di lasciare casa e partire all’insaputa del padre per un lungo viaggio a piedi fino in Spagna, per assistere al funerale della madre che non hanno mai conosciuto.

I due attraversano la Francia per vie secondarie, fanno autostop, si avventurano per sentieri di montagna e per boschi in cui la Natura è l’unica loro compagna di viaggio e che diventa vero e proprio terzo protagonista della vicenda. Tutti i personaggi che i due fratelli incontreranno contribuiranno in un qualche modo a cambiare le loro sorti, faranno sì che proprio loro, dapprima uguali in tutto e costituenti quasi un essere unico, si separino, ognuno verso la propria strada. Chi, come Antoine rappresentava la guida, vedrà il proprio ruolo ribaltato, da solo in mezzo ai boschi selvaggi del sud della Francia, e Quentin, dapprima introspettivo e solitario, acquisterà più sicurezza in sé stesso e scoprirà la propria identità. Un viaggio di formazione dunque, che non vuole però assolutamente essere un film didascalico.

Donne-Moi la Main è, oltre che un road-movie sulla scia del cinema americano degli anni ’70, un film di atmosfere, di sensazioni, e soprattutto di silenzi. Le battute dei personaggi sono ridotte ai minimi termini, proprio per poter dare più spazio al potere dei sentimenti e al linguaggio dei corpi e dei luoghi, questi ultimi costituenti il motore portante della vicenda.

Molto interessante l’incipit del film, quello riguardante la fuga dal paese, interamente realizzato a cartoni animati sullo stile dell’animazione giapponese tanto cara al regista. Ancora a livello tecnico, la fotografia del film è particolarmente incisiva: con i frequenti primi piani e la forte alternanza cromatica, costituisce l’elemento fondante della drammaturgia di quest’opera e aiuta lo spettatore a diventare un vero e proprio compagno di viaggio dei due fratelli.

Un piccolo gioiello cinematografica che ad ogni nuova visione acquista un significato nuovo e diventa sempre più coinvolgente.

Guarda il TRAILER QUI!

CAPPUCCETTO ROSSO SANGUE: LA FIABA POP E’ SERVITA

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Che vi piaccia o no, anche noi ci siamo avventurati alla riscoperta di una fiaba riletta in chiave dark dalla beniamina del cinema teen contemporaneo: ecco a voi Cappuccetto Rosso (Sangue).

Una fiaba è da sempre principalmente il supporto orale del bagaglio di un popolo. Che poi essa venga riadattata con il passare dei secoli, a causa anche dell’evolversi delle varie culture è indubbio. La fiaba insomma è un atto di continua rielaborazione veicolata dal sapere orale, suo brodo primordiale da cui prende linfa vitale per poter viaggiare nel tempo.

Cappuccetto Rosso ne é un esempio perfetto. Se, proprio per via dei diversi periodi storici, questa fiaba ha fornito morali diverse e diversi finali, il ventunesimo secolo doveva in qualche modo lasciargli in eredità il suo apporto pop.

Ci ha pensato Catherine Hardwicke, una regista che di fenomeni pop e di cultura di massa se ne intende. La regista di Twilight è infatti in piena linea con i canoni del cinema teen che impazza sempre più nelle sale oggigiorno:

-  Love story a tre: lei ama lui, lui ama lei, ma lei è promessa a un altro lui, fortemente innamorato di lei;

-  Elemento dark fantasy che fa tanto figo: il lupo non è il solito animale famelico di nonne e bambine, ma è un licantropo che si nasconde, udite udite, proprio nel villaggio di Valérie, a.k.a. Cappuccetto Rosso (Amanda Seyfried).

-  La stessa nonna (Julie Christie), così buona e amabile nella fiaba, diventa un po’ strega e papabile licantropo agli occhi della nipote.

Il film non ha la pretesa di essere un’opera didascalica o di proporre una filosofia tutta sua, al contrario, Cappuccetto Rosso (Sangue, come ahimé é stato tradotto in Italia per accattivarsi il pubblico maggiorenne), è un film di semplice, puro animo pop. Prende una vecchia storia che si ripete e si tramanda da secoli e la rende brand-new con i temi che più vanno in voga. Tale scelta é dettata dalla volontà che Cappuccetto cresca un po’, al punto da diventare alquanto carina e (ebbene sí) parecchio corteggiata: prima da un tagliaboschi (Shiloh Fernandez), poi da un ricco fabbro (Max Irons) anch’essi alquanto bellocci, altrimenti il tutto perderebbe la sua verve. Non potevano mancare nemmeno i  tradimenti coniugali e le varie verità nascoste tra le mura del villaggio in cui tutto si svolge.

Ma non basta. Aggiungiamoci un Gary Oldman simil esorcista/inquisitore di bestie e progenie del maligno: arriverà nel villaggio nascosto nel bel mezzo della foresta e cercherà di scovare la bestia, additando proprio la ragazza maliziosa vestita di rosso. Il piatto è servito.

A conti fatti, nel suo genere, Cappuccetto Rosso Sangue vince la scommessa. La storia è ovviamente semplice, il finale non ve lo sveliamo ma è in pieno stile teen. In ogni caso, quello che più colpisce sono alcuni dettagli tecnici: il set, formidabile, rende l’ambientazione simil medievale assolutamente perfetta per la nuova gothic version della fiaba. La fotografia, tipica della regista in questione, è fenomenale nel rendere immense le ambientazioni dark. Spicca tra tutte, la foresta con i suoi alberi spinati. Niente male la colonna sonora, tutta moderna: perfetta la traccia “The Wolf” del gruppo elettronico svedese Fever Ray, vera anima del film e main theme che ritorna a più riprese nel corso della pellicola.

Per una serata a cuor leggero, Cappuccetto Rosso Sangue è la scelta giusta.

Buona visione e … Attenti al lupo!

26a EDIZIONE TORINO GLBT FILM FESTIVAL

Mettetevelo bene in testa: dal 28 aprile al 4 maggio, la città di Torino si tingerà dei colori dell’arcobaleno per celebrare la 26a edizione del Torino GLBT Film Festival, la kermesse del cinema a tema queer che è diventata, con il passare degli anni, una delle più importanti a livello mondiale.

Quest’anno, nell’ambito di Esperienza 150, il festival tornerà nella sua vecchia tana, ovvero al buon cinema Massimo situato ai piedi della Mole Antonelliana, e presenterà per ben 7 giorni più di 120 titoli tra lungometraggi, corti e documentari, suddivisi in sezioni in competizione e non, retrospettive e anteprime mondiali. Tra le varie sezioni ricordiamo:

Il Premio Dorian Gray, conferito lo scorso anno da James Ivory, che è  il premio alla carriera per una personalità del cinema che durante la propria vita ha dato un contributo speciale al cinema queer.

Due nuovi focus: il primo, Omofobia, L’odio mangia l’anima, racconterà il problema dell’omofobia nei paesi del vicino e lontano Oriente. Da non perdere il documentario sulla questione transgender in Nepal. Il secondo, Think Pink!, Non solo Moda sarà dedicato al mondo del glamour e agli stilisti che hanno segnato un’epoca, tra cui il documentario sulla relazione tra Yves Saint Laurent e Pierre Bergé.

Da ricordare anche la nuova sezione Open Eyes: Lesbian Romance, e la sezione Vintage che quest’anno sarà tutta dedicata all’Italia. Saranno presentati alcuni dei film cult del cinema italiano glbt d’antan, tra i quali ricordiamo: Il conformista di Bertolucci, Salò o le Venti Giornate di Sodoma di Pasolini, e Senso di Visconti.

La sezione lungometraggi in concorso e fuori concorso presenterà invece una vagonata di nuovi film uno più interessante dell’altro. Proponiamo alcuni assaggi che hanno stuzzicato la nostra curiosità: Drama di Matias Lira, un film cileno su di un particolare rapporto a tre nel mondo del teatro; Stadt Land Fluss di Benjamin Cantu, che racconta dell’amore tra due ragazzi che lavorano in una fattoria; Bad Romance di François Chang, un’opera glbt del cinema cinese; Romeos di Sabine Bernardi sul tema transgender; Contracorriente di Javier Fuentes-León, film peruviano sul rapporto conflittuale di un pescatore sposato alle prese con un amore imprevisto. Tra i corti segnaliamo le due nuove fatiche di James Franco: Masculinity & Me e The Clerk’s Tale.

Ultima novità: la sezione Midnight Madness, notti “eccessive” dedicate ai B-movies e film cult, raccontate da Dario Argento.

La serata d’apertura del 28 aprile, nella sede dell’UCI Cinemas Lingotto, presenterà invece il film svedese Four More Years della regista Tova Magnusson, una commedia brillante ambientata in piena campagna elettorale, dove un candidato alle elezioni si innamorerà di un politico della fazione opposta, tra varie gag e situazioni scoppiettanti. Si chiuderà con le risate anche la serata finale al Cinema Massimo, con la commedia americana You Should Meet My Son di Keith Hartman, che ci racconterà come alcune famiglie americane possano risultare più emancipate dei propri figli gay.

Appuntamento allora a Torino, dal 28 aprile per il festival di cinema più colorato che ci sia!

Per informazioni, prevendite biglietti per le serate di apertura e chiusura e per i singoli film visitate il sito ufficiale www.tglff.com