THIS MUST BE THE PLACE (PARTE II): LA CADUTA E LA RINASCITA

This Must Be The Place inizia con l’Irlanda e finisce con l’Irlanda. Inizia con un uomo triste e annoiato, forse un po’ depresso (come dice lui) e termina con un uomo rinato, contento, con una luce luminosa negli occhi.

La cinepresa inizia col farci conoscere questo uomo, Cheyenne (Sean Penn), che si abbandona all’insostenibile leggerezza dell’essere, alla noia e al flusso costante del tempo, scandaglia a fondo quello che rimane di un rockstar ‘in pensione’, melanconica e depressa che si è autoconvinta di essere l’artefice spirituale del suicidio di due ragazzi che al tempo si consolavano con le canzoni della sua band.

Un uomo ricchissimo, che vaga nella sua immensa magione e che non sa che farsene della sua piscina, tant’è che è vuota e la usa per giocare assieme alla sua solare moglie che fa la pompiere per hobby. Tutto scorre, lento e inesorabile, sino alla telefonata che gli annuncia che suo padre sta morendo a New York. E tutto si sconvolge.

Cheyenne deve partire ma ha paura di prendere l’aereo, su cui non sale da 30 anni e per questo va nella grande metropoli in nave. Ma ci mette troppo tempo. Quando trova i quaderni del padre che indicano come trovare il suo carnefice nazista ad Auschwitz, Cheyenne parte per la seconda parte del suo viaggio, quella che gli farà riscoprire sé stesso, che gli farà mettere in gioco le sue credenze, le sue paure, e sarà posto di fronte ad un bivio: la redenzione o la vendetta.

Tutto ciò, come già sottolineato dalla nostra brava Ms Brightside, viene esplorato in maniera immensa dalla grande musica, la grande protagonista del film; in aggiunta a questo, lo spettatore attento quando ripenserà a This Must Be The Place non potrà fare a meno di ricordarne la grande fotografia. Il primo piano, il grande eletto dell’intera opera è il mezzo più potente di analisi di ogni personaggio di questo film. Il primo piano scandaglia, mette a fuoco, denuda.

E poi i grandi spazi. La cinepresa spazia su strade dritte, infinite, che riempiono l’intero schermo di quella vastità tipica dei paesaggi americani; metafora continua del viaggio esistenziale del protagonista. Il deserto del New Mexico, la desolazione dei luoghi, metafora dell’anima di Cheyenne, la distesa di neve nello Utah dove trova il nazista e lo fa confessare.

Solo alla fine di questo lungo viaggio, la rockstar torna in Irlanda, nel suo paesino, questa volta non più ricoperto di nubi. Il sorriso finale sul suo volto è l’immagine dell’avvenuta catarsi, della completa rinascita dell’uomo Cheyenne/John Smith, che ha messo da parte la tristezza, che ha chiarito molti dubbi su sé stesso e che intraprende un nuovo percorso.

Sulle note di ‘This Must Be The Place‘ partono i titoli di coda, lo spettatore si alza, con quella sensazione di leggerezza e spensieratezza tipica di una catarsi avvenuta.

Accendiamo la radio e partiamo.

    • Teresa
    • marzo 12th, 2012

    I really liked this film in a lot of senses, the topic, the story, the acting, the structure. I only hated the ending, it’s so american-style-happy-ending for a film that has the cult to sadness and boredom about life as its strongest point. The ending should have been at least more ambiguous, maybe it just should finish at the airport. Otherwise the message seems to be ‘adapt yourself to normal stuff and abandon your spirit and you’ll be happy like the rest of us’. Life is not like that. Sadness has its value and richness.

    • Purnima,oops…you are right ! It was Askhay…but not Rahul :-) I always get cnsfuoed between Rahul and Akshay..! This time too :-) I stand corrected. Thank you !

    • ven
    • marzo 18th, 2013

    “Sadness has its value and richness.” – - Best thing I’ve read in a long time. Beautiful.

  1. glamorscene

  2. デジタルカメラ

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