L’IN-COSCIENZA DI NAGALLERIA

Vi ricordate di NAGALLERIA? L’ombelico del mondo dell’arte, continua a sfornare eventi e talenti in quel di Firenze. Sicuri che non sia il caso di programmare una gita fuoriporta?

Aperta a tutte le opere d’ingegno e di buona volontà, NAGALLERIA prosegue il suo anno d’esordio in un climax di sorprese. Dopo la mostra inaugurale di Gabriella Pucciarelli, l’universo di Roberto Pagnano ha ospitato fino al 30 aprile il coreografo russo Konstantin Kilin che oltre alla danza si cimenta nella realizzazione di opere in tessuti, broccati e velluti. Fortemente ispirato dal fasto della grande tradizione russa, Kilin si è sempre impegnato a comunicare messaggi forti, mai limitandosi alla concezione del puro e semplice gesto scenico. I suoi lavori sono capaci di attrarre, stupire, provocare, indurre al sorriso e, insieme allo splendore e allo scintillio, manifestare una latente inquietudine.

Per questo tutto torna se vi diciamo che domani è il turno della personale di Martina Pancrazzi, che dopo aver esposto a Parigi e a Miami, torna nella sua città d’origine per la mostra IN-COSCIENZA. Daniela Cresti di Exibart la recensisce così: “Le tracce sono molte nella pittura di Martina Pancrazzi. Lievi e delicate, aleggiano nei volti dei dipinti. Il linguaggio è asciutto, il segno deciso, volitivo, espressionista. I suoi ritratti narrano di una solitudine esistenziale con cui convivere, da accettare come fonte di ispirazione”. Una collezione da non perdere che incanterà passanti e aficionados fino al 26 maggio. L’appuntamento è dunque per domani, ore 20, in Via Romana 9, a due passi da Palazzo Pitti. Firenze caput mundi.

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QUANDO STRAVAGANZA VUOL DIRE CREATIVITA’

Quando si parla di Fashion Design, di moda e di creazioni è necessario prendere alla lettera le parole che utilizziamo per descrivere questo particolare aspetto della nostra società.

La foto qui sopra ne é un ottimo esempio: tutti pensiamo che vi sia in essa qualcosa di artistico e parallelamente correggiamo il nostro istinto emotivo con la razionalità e aggiungiamo al nostro pensiero la clausola “ma io non uscirei mai di casa vestito così”. Ecco, è questo il problema. Con abiti e creazioni del genere non si esce di casa, a meno che voi non siate Lady Gaga. Con questi esempi di perfezione e genialità si fanno le foto per le riviste, si partecipa alle mostre, si vincono concorsi e al massimo si sfila. Nulla a che vedere, isomma, con il quotidiano.

Alexander McQueen era un genio perché insieme a pochi altri si è ricordato di quest’opzione che solo i Fashion Designers hanno. Le sue Armadillos sono immettibili, ma passeranno alla storia e verranno iscritte nei libri di moda e design, dove non troverà mai posto la maggior parte delle creazioni ideate per il prêt-à-porter.

La differenza che sta tra il Fashion Design e il Prêt-à-Porter è la stessa che troviamo tra un quadro di Picasso, Klimt o Fontana rispetto ad un volantino che ci viene consegnato per strada piuttosto che il disegno di un bambino. In tutti questi elementi vi è un che di artistico, ma è il grado di “stravaganza” che distingue gli elementi creativi da quelli “normo-dotati”.

La stravaganza (che risiede anche semplicemente nel tratto, non per forza nel risultato finale) misura il grado di creatività dell’artista che ha ideato l’oggetto della nostra attenzione e ci fornisce gli strumenti di valutazione per il resto delle cose. Il prêt-à-porter, invece, può essere limitatamente creativo perché ha un fine più importante: deve essere pratico, mentre il Fashion Design si può permettere tutto, anche di creare qualcosa che nessuno mai indosserà.

Foto via: mosaic-on

MJM VARIATIONS VOL. 2: E’ PROBABILE CHE SIA VERO

Come anticipato la scorsa settimana nel primo capitolo della saga MJM Variations, continua l’indagine sull’identità del nostro magazine. Tra il serio e il faceto.

“Possibile, probabile, può darsi”. Questi i significati che più mi soddisfano tra quelli che ho scovato consultando (alla voce MAY) il Grande Dizionario Inglese di Ferdinando Picchi (Hoepli Editore). Con sorpresa ho poi scoperto che questa parola può assumere varie e diverse connotazioni, alcune delle quali rimandano a concetti che sono davvero molto distanti dal mese di “maggio”. Per esempio in un contesto poetico può indicare una fanciulla e in quello botanico i boccioli di un biancospino. Come variante lessicale può addirittura sottendere una condizione di potere (nello specifico:  avere il permesso di, ottenere l’autorizzazione a), come ad esempio nella sollecitazione You MAY leave now = Ora puoi andare.

È stata la denominazione stessa di questa rivista ad indurmi  a compiere una simile ricognizione, pur essendo a conoscenza del fatto che in realtà MayJay voglia rievocare il fonema della notissima richiesta internazionale di soccorso (via radio) “Mayday”. Il perché? Date un’occhiata alla sezione ABOUT.

Insomma, può valere la pena notare che (= It MAY be worth noting that) questa azione di verifica e controllo sul significato della parola MAY contribuisca a confermare quanto asserito dall’artista Maurizio Cattelan nell’inserto speciale di marzo, pubblicato sulla prestigiosa rivista DOMUS, ovvero: “Tutto quello che ci capita è una risposta”.

( * ) Jay, (zool.): Ghiandaia, passeriforme dei Corvidi. Nella forma colloquiale: chiaccherone impenitente; persona vestita in modo vistoso; stupido, fesso, babbeo.

LOUIS VUITTON: ULTIMO CATWALK A PARIGI

Il nove marzo, ultimo giorno della settimana della moda parigina, Louis Vuitton ha proposto la collezione autunno/inverno 2011 con una delle più belle sfilate degli ultimi tempi.

Quattro ascensori in stile Liberty posti l’uno accanto all’altro andavano su e giù, caricando e scaricando modelle di ogni calibro: dall’appassionata scacchista Carmen Kass, alla violenta Naomi Campbell; dalla richiestissima Natasha Poly, alla britannica Kate Moss, la quale, proprio nel “No smoking day” inglese, ha pensato bene di sfidare tutti, fumando una sigaretta durante la propria sfilata. Contenta lei…

Bad girls a parte, la cosa che più ha colpito oltre alla fantascientifica base musicale, stile colonna sonora di Psycho, è stata l’innovazione, quella provocazione non necessariamente volgare, ma anzi raffinata. Hanno predominato infatti camicie bianche con generose trasparenze, autoreggenti, bustini fetish, corsetti sado, cappelli, guanti neri, vorticosi stivali in vernice e vertiginose décolletés.

Oltre al look alla Catwoman ci è parso però che Marc Jacobs (creatore della linea Vuitton) volesse prediligere anche uno stile più austero: si tratta del bon-ton dei maxi bottoni applicati sui cappotti e sulle giacche (tutte di colori tendenzialmente scuri), delle pellicce, delle gonne longuettes e delle camicie ricche di quei merletti tanto cari alla signorina Rottermeier.

Interessante, dunque, l’alternanza e la fusione tra donna sexy, frivola e provocatoria nascosta dalla compostezza e dalla propria serietà.

Per rivivere con noi la sfilata clicca qui

MJM VARIATIONS: FORMA Vs SOSTANZA

Progettare la “testata” di una rivista (o di un quotidiano) rientra fra gli incarichi professionali decisamente più prestigiosi a cui un graphic designer possa aspirare.

Inoltre, fra gli addetti ai lavori, questo particolarissimo ambito della grafica è da sempre oggetto di culto ed esiste sull’argomento una vastissima bibliografia che non cessa di estendersi, anno dopo anno.

A questo proposito, per quanto ci riguarda, pur avendo inizialmente pensato di rivolgerci ad un professionista, abbiamo alla fine preferito puntare sul  “fai-da-te” (con il classico “aiutino” dell’ultima ora, fornito dall’immancabile amico un po’ Nerd). Sebbene, infatti, tenessimo molto alla veste del contenitore, la nostra principale preoccupazione era (ed è) rivolta alle modalità di accesso del contenuto e alla sua fruizione ottimale.

Il pretesto per tornare a discuterne ci è stato dato da una interessante provocazione che abbiamo ricevuto e che volentieri pubblichiamo. L’artefice (chiaramente anonimo) del  contributo che vedete in figura, ci propone di sottoporre la forma della nostra testata ad una serie di variazioni. Cosí ci siamo detti: perché no? Nel tempo tali variazioni potrebbero accumularsi e diventare così una sorta di bizzarra strumentazione a nostro libero uso e consumo.

Si può fare, non siamo poi così rigidi e confessiamo che le molteplici dissertazioni sull’identità non ci hanno mai appassionato più di tanto. Anzi, volendo dirla tutta, potremmo addirittura trovare divertente giocarci su, presentandoci una tantum con una “testata” diversa.

Non possiamo quindi che ringraziare il nostro interlocutore, convenendo con lui che sia certamente un bene l’equivalenza  che ci ha ancora una volta sottolineato tra forma e sostanza.

MAYJAYCARPET: UN TRIBUTO ALL’IMMAGINAZIONE

In questo presente più o meno eterogeneo, sembrerebbe che l’aura della “novità” sia di per sé in grado di giustificare qualsiasi iniziativa si affacci sulla ribalta del mercato. Che poi un oggetto sia davvero progettato bene o possa essere qualitativamente interessante, sembrerebbe che possa contare meno del fatto che si presenti con la vistosa e proclamata etichetta di “nuovo prodotto”.

Questo fenomeno, che si manifesta nei settori più diversi (da quello dell’auto all’editoria), in realtà potrebbe costituire lo sfondo per una sfida, al fine di sensibilizzare gli utenti-consumatori. Se infatti è vero che gli oggetti nascono ormai con una data di scadenza incorporata (il cui ciclo di vitalità è sempre più breve), è anche vero che questa frenesia al consumo di continue novità, spinge allo stesso tempo il sempre più vasto territorio del design a misurarsi con la possibilità d’incamerare  una “nuova” densità di contenuti. Una densità nella quale gli oggetti potrebbero sfuggire alla loro ovvietà se riuscissero a rivelare il proprio spessore affidandosi a una relazione con l’utente.

Auspicando e sollecitando magari condizioni poco esplorate nell’ambito della promozione commerciale come l’inatteso, la scoperta, il gioco o la sorpresa, si affermerebbe così un concetto di design, in cui l’oggetto risulterebbe tanto più “denso” quanto più i suoi stadi d’identità si diversifichino e filtrino l’uno nell’altro, giungendo a definire il prodotto non solo per ciò che è, ma anche per ciò che è in grado di comunicare.

Se poi aggiungiamo che la fruizione dei prodotti di design potrebbe essere conseguente all’esclusiva e del tutto autonoma capacità di scelta del consumatore, potrebbe rivelarsi estremamente interessante che dall’attuale condizione di prostrazione, fragilità e impotenza degli utenti-consumatori, ci potessimo affrancare semplicemente affidandoci a quell’attitudine che usiamo chiamare “immaginazione” e che ci contraddistingue fra gli esseri viventi.

MayJayCarpet è un progetto che, oltre a piacerci per il suo essere un omaggio palese a MayJayMagazine, fa proprio questo : immagina. Giulio Palmieri ne è l’autore, con la collaborazione di Nicoletta Carbotti che mette a disposizione la superba tecnica manifatturiera “T-Resurrection” (una seconda vita per le t-shirt dismesse, come potete vedere nell’immagine qui sotto) e il suo prezioso motore (fattoreq.com) per l’eventuale realizzazione di un oggetto d’arte, un tappeto, come quello che potete vedere nella figura in testa all’articolo: ancorché in edizione limitata, e solo ed esclusivamente on-demand.

NON (U)NAGALLERIA QUALUNQUE

La decisione di aprire a Firenze un nuovo spazio di lavoro ha portato un giovane professionista (Roberto Pagnano) alla felice intuizione di attrezzare uno studio di architettura che disponesse di un affaccio sul fronte strada, alla stregua di un comune esercizio commerciale.

Il comunicato stampa che abbiamo sul monitor inoltre recita: entrando in questo spazio, a due passi da Palazzo Pitti, ci si immette in una sorta di grande anticamera, che scopriamo essere in realtà uno “spazio nello spazio” vocato ad accogliere e ospitare eventi, esposizioni e installazioni site specific.

Presso NAGALLERIA sono attualmente in esposizione alcune opere dell’artista Gabriella Pucciarelli che si rifanno alla sapiente tradizione dell’arte presepiale napoletana e le cui installazioni hanno accompagnato l’inaugurazione di questo nuovo indirizzo fiorentino, avvenuta sabato 12 marzo scorso (per vederne le foto, diventa amico di NAGALLERIA su Facebook!).

La gestione e la cura di questo inusuale spazio espositivo sono affidate volta per volta a curatori indipendenti, la cui mission è quella di scegliere e proporre un’esperienza di ricerca o di lavoro, degna di essere segnalata fra quelle emergenti nell’ambito della produzione artistica contemporanea. Non vi sarà quindi un unico e rigido indirizzo curatoriale, anche se ci è parso che sia preminente la volontà di presentare l’attività di giovani autori e/o neofiti che non hanno ancora avuto l’opportunità di esporre al pubblico il proprio lavoro.

Pertanto, pensiamo sia già bella di per sé l’idea di aprire uno spazio di lavoro ai passanti in transito, fornendo la possibilità di conoscere il lavoro di giovani artisti, fotografi e designers, ma la cosa che più ci garba (e che ci intriga davvero molto) è lo sviluppo di questa particolarissima esperienza espositiva. Salutando con favore l’avvio di questa avventura, ci ripromettiamo di tenere le nostre antenne sintonizzate sull’evoluzione di NAGALLERIA.

LADY GAGA ELETTA ICONA DI STILE 2010

Il Council of Fashion Designers of America, l’associazione senza scopo di lucro che promuove il design della moda come parte integrante della cultura americana, ha eletto, udite udite, la Mother Monster Lady GaGa come icona di stile dell’anno 2010.

GaGa si è fatta notare lungo tutto il 2010 per i suoi abiti eccentrici quanto creativi, per la maggior parte disegnati dal direttore creativo della patinata casa Mugler, nonché mente dietro le apparizioni di GaGa, Nicola Formichetti. Per avere un’idea di quante ne sappia il tipo che è anche fashion director di Vogue Hommes Japan, vi basti dare un’occhiata alla sua pagina di Wikipedia o sul suo sito web.

Non esiste una singola volta in cui GaGa non si sia presentata con un abito simile al precedente: nel 2010 ha fatto scalpore, facendo fare fuoco e fiamme alle associazioni animaliste, col suo abito interamente fatto di carne. Meravigliose le scarpe che sembravano delle rolate di tacchino.

Alla cerimonia di premiazione dei Grammy Awards 2011 é comparsa, in forma sobria, all’interno di un uovo, trasportata, stile moderna Cleopatra sci-fi, da quattro modelli che sostenevano l’uovo, simbolo della sua rinascita, e da una modella che le faceva da portavoce mentre lei rimaneva in incubazione in attesa della salita sul palco.

La Mother Monster è salita in passerella per la prima volta il 3 marzo a Parigi, in occasione della sfilata Mugler donna; in quest’occasione ha presentato anche il nuovo singolo remixato Government Hooker, tratto dall’album di imminente uscita Born This Way.

GaGa sarà premiata il 6 giugno insieme a Marc Jacobs, ritenuto il designer americano più influente del momento. Inutile dire che sono già aperte le scommesse per la mise che GaGa sceglierà per l’occasione!

UN TAPPETO… ROSSO.

I vestiti che hanno volteggiato ieri sera sul red carpet in occasione degli Oscar 2011 sono stati perlopiù monocolor; nel vero senso del termine. Il vero protagonista della serata è stato infatti il rosso, capitanato dal portavoce della moda e di questo acceso e bellissimo colore: Valentino Garavani, il quale ha vestito la giovane e fresca Anne Hathaway, presentatrice della serata insieme al collega James Franco. Anne ha optato infatti per un abito vintage in taffettà dello stilista nostrano caratterizzato dalla linearità della forma spezzata dall’arricciatura sulla coda, arricchita con dettagli floreali.

Anche Jennifer Hudson, ormai magrissima (si sa, le condizioni per restare ad Hollywood prevedono la magrezza o, in alternativa, l’emarginazione), ha contribuito alla celebrazione del rosso italiano attraverso un abito della nuova collezione di Versace dal colore aranciato e dalla scollatura un po’ troppo volgare per una serata di gala (ma Donatella non è Gianni, e questo teniamolo bene a mente).

La single resuscitata Sandra Bullock ha optato per un vestito (rigorosamente rosso) firmato Vera Wang dalla linea semplice, incorniciato da un grande fiocco posteriore. Oculata è stata anche la scelta dei capelli raccolti: classici, esattamente come richiedeva lo stile dell’abito.

Si sa, la notte degli Oscar è attesa da tutti con impazienza e molta curiosità. Per molti questo sentimento di inadeguatezza e di impossibilità d’attesa è dato dalle aspettative sui premi alle diverse pellicole. Per altri, invece, la serata losangelina più attesa dell’anno rappresenta anche un panorama delle tendenze, in questo caso rosse, tra le dive hollywoodiane.

L’ELEGANZA DEL CONTRASTO

Chi ha detto che il bianco e il nero sono colori smorti e poco emozionali è evidente che sia daltonico, oppure non ha mai visto una qualsiasi donna con la pelle color ebano portare in maniera così glamour un abito di queste fattezze. C’è anche da dire che la modella nella foto, Chanel Iman, è una di quelle persone che potrebbe indossare anche un sacchetto della spazzatura al contrario e farebbe comunque un bellissima figura charmante. Ma è anche vero che l’abito aiuta molto il monaco a farsi riconoscere tra la folla e l’uso di contrasti soft ma notabili come in questo caso è certamente un buon modo per ricordare agli altri che su questo pianeta ci siamo anche noi. Allora quello che bisogna sottolineare è proprio l’importanza e l’eleganza che un contrasto ben studiato può regalare al vostro viso, alla vostra pelle e soprattutto alla vostra personalità. Qualcuno ha detto che vestirsi vuol dire coprire la propria pelle dal contatto con gli altri di cui abbiamo paura, io credo che sia meglio pensare agli abiti come un’esteriorizzazione della nostra personalità, un modo per dire agli altri chi siamo prima che possano giudicare i nostri pensieri, e l’eleganza è l’apoteosi della presentazione di sè. No?

foto: Elle UK – Fabbraio 2011