IO, LA NEVE E I GENERAL ELEKTRIKS

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Maledetto rumore, perché tutto questo frastuono mentre dormo? Ho la sensazione di essermi appena addormentato. Lo so è la solita impressione, in realtà dormo almeno da cinque ore. Bene, devo cercare di capire da dove venga questo baccano.

Pronto, pronto? No, non è il telefono. E’ la sveglia. Sono le sette e mi sembra di aver dormito dieci minuti. Maledetto corpo. Oramai sono in piedi, chissà se alzando le tapparelle o guardando fuori riusciró a trovare la voglia di scendere a fare colazione. No. È buio. Nuvole e una leggera foschia. Devo essermi dimenticato, ieri notte prima di addormentarmi, che é inverno.

Niente panico, ora ascolto un po’ di musica e ritrovo le forze. L’ultimo album dei General Elektriks. Ricordo di essermi fissato sul brano “I’m Ready” ieri sera. Pezzo fantastico, ma come faccio a pensare di uscire di casa ascoltandolo? Infatti. Infatti alzo il volume e mi metto a guardare fuori dalla finestra. È la canzone perfetta per questa mattina grigia, mentre cerco le ciabatte e mi si congelano i piedi. Mi fumo una sigaretta, a fatica preparo il caffé. Mi vesto ed esco con la canzone nelle cuffie.

La neve entra a far parte della scenografia, assolutamente perfetta per riassestare i sensi ancora intorpiditi. Mi rifugio sotto ad una tettoia e mi concentro su “I’m Ready”. Il piano si impone da subito e rimane una piacevole costante per tutta la canzone. Senza fretta, arriva la batteria che prende per mano il ritmo e riesce a non far sentire la mancanza della chitarra. Riapro gli occhi e sento il suono dei violini. Mentre smette di nevicare, la canzone si conclude con un accordo sospeso: blocca la fine a metà, lasciandola in equilibrio come una ballerina sulle punte.

Una dolce frenesia di avant-funk , pop vecchia scuola, jazz crudo, ruvido, grezzo che si scopre con entusiasmo ascoltando l’intero album. “Parker Street” incuriosisce e si ripropone, non è facile da digerire. Canzoni come “Summer is here” o “Bow before the evening” chiedono di essere ascoltate e riascoltate. Ancora e ancora e ancora. Perché ti entrano in testa, perché sono come il calice di un buon vino: uno tira l’altro.

IIRO RANTALA NEW TRIO: MUSICA FUORI DAGLI SCHEMI

La nuova band di Iiro Rantala tocca nuove frontiere nell’improvvisazione. Non esattamente “musica ordinaria”.

Iiro Rantala è finalndese, ha 41 anni e suona il pianoforte da sempre. Nella sua natia Finlandia lo conoscono tutti, dato che è considerato uno dei pianisti jazz più talentuosi. La sua passione per il jazz lo ha portato a studiare musica alla Sibelius Academy, oltre che alla Manhattan School Of Music (dove si è cimentato nel pianoforte classico). Dopo essersi fatto le ossa con il trio jazz finnico dei Trio Töykeät, nel 2008 gli vien su la balzana idea di registrare un disco con due suoi amici, Marzi Nyman e Felix Zenger.

Tutto normale, direte voi? Non esattamente: Nyman suona la chitarra elettrica in modo nervoso, ben adattandosi alle pazze improvvisazioni di Rantala e passando senza avviso da sfuriate rock’n’roll ad avvolgenti melodie; dall’altro lato il biondo Zenger, nel suo stile hip hop con pantaloni larghi e visiera rigorosamente di lato, suona la “batteria” senza averne una, semplicemente battendo il ritmo con la sua bocca e dimenandosi come se stesse recitando un testo gangasta rap. Ne vien fuori Elmo, un disco particolare, in grado di fondere jazz fusion, rock’n’roll e beatbox rap in un unico pazzoide e irriverente abbraccio. Il tutto si fonde poi con passaggi di atmosfera che sembrano quasi presi in prestito dalla colonna sonora di qualche film d’animazione.

Una delle cose che però affascina di più di questi tre finnici scatenati è la loro ironia, la loro voglia di non prendersi sul serio. Basterebbe infatti il solo titolo della canzone Three Gay Men per capire che abbiamo a che fare con una band dove la goliardia ha sempre l’ultima voce in capitolo, per quanto sia supportata da una preparazione tecnica di primo livello.

Forse la canzone più rappresentativa del lotto è Shit Catapult (e già il nome dice tutto…), il cui divertente videoclip continua ancora a spopolare in rete dopo 3 anni. Distorsioni chitarristiche e deliziosi inserti di pianoforte si stoppano, si rincorrono, improvvisano e si tuffano infine in melodie che avvolgono il cuore e i sensi prima di ritornare ai loro balletti jazz e visioni rockeggianti, mentre la lingua di Zenger sputa fuori ritmo ad ogni nota tanto da far quasi confondere l’ascoltatore che si tratti di una vera batteria elettronica! Del resto il beat boxer biondino era già famoso in patria ed ha registrato un album che porta il suo nome, Won’t Say A Thing, interamente basato sui suoi irresistibili ed ipnotici beat “vocali”.

In definitiva i tre finlandesi sono una delle tante nuove promesse della sempre verde scena musicale scandinava, una band originale e decisamente fuori dagli schemi. Per chi ha voglia di ascoltare, per una volta, qualcosa di realmente nuovo e squisitamente anticonformista.

THIS MUST BE THE PLACE (PARTE I): THIS MUST BE THE SOUNDTRACK

Se c’è una cosa che amo è andare al cinema di domenica. Come dice una mia saggia amica, andare al cinema di domenica è un po’ come essere salvati e, con ‘This Must Be the Place’, domenica a salvarmi sono stati in tre: Sorrentino, Cheyenne e Byrne.

Primo tra tutti il regista – napoletano doc – che già con ‘Il Divo’ (2008) si guadagnò il favore della critica internazionale e che si cimenta qui con la sua prima opera girata in lingua inglese; Sorrentino è direttore d’orchestra magistrale che guida Cheyenne, rock star in declino impersonata da un Sean Penn dipinto con tratti che ricordano Robert Smith dei Cure – rossetto resistente all day long e capello arruffato inclusi – nel suo viaggio in America alla ricerca del nazista che ha perseguitato suo padre durante la seconda guerra mondiale. Cheyenne è depresso, cinico, non vuole suonare più, ridacchia e la sua missione è quella di far mettere insieme due ragazzini, sapendo che non ci riuscirà mai. Cheyenne è in cerca di se stesso, anche se è in New Mexico, mica in India.

Poi c’è lui, un immenso David Byrne (fondatore dei Talking Heads nel 1974), che ha composto l’intera colonna sonora del film e che si esibisce in un’interpretazione strepitosa di ‘This Must Be the Place‘ (eggià, il titolo del film è un tributo a questa canzone!) che si rifà a quella di ‘Stop Making Sense‘, documentario sui Talking Heads del 1984 diretto da Jonathan Demme.

Altro elemento del collage musicale che compone l’impeccabile colonna sonora di ‘This must be the place’ è il finto gruppo ‘The Pieces of Shit‘ (‘I Pezzi di Merda’), talentuosi musicanti da centro commerciale, che fanno compagnia a Cheyenne sottoforma di demo col quale vorrebbero farsi produrre.

Sono svariate le interpretazioni della canzone protagonista del film: la migliore è decisamente quella che vede il nipotino cicciottello del nazista cercato da Cheyenne cimentarsi in un duetto voce-chitarra col burbero rocker e che strappa una lacrimuccia; la più sottile è forse quella rappresentata dal film stesso, come messa in scena della ricerca e del ritrovamento di quel posto particolare in cui sentirsi in armonia con se stessi, un misto di equilibrio e consapevolezza che, almeno io, sono riuscita a scorgere in un cinema di domenica pomeriggio.

PARTENZE MUSICALI

Dopo un anno, è giunto quasi il momento di salutare un posto che è stato la mia casa per gli ultimi mesi e di partire per andare chissà dove: partire, salutare, andarsene… un misto di sentimenti che si scontrano e la musica dà una mano a domarli.

Avalanches – Since I Left You (da ‘Since I Left You’, 2000)

In un vortice che è un collage di campionamenti (l’album nel suo insieme è stato creato mixando più di 3000 campioni), gli Avalanches ci fanno apprezzare come il mondo possa sembrare così nuovo anche stando da soli.

The Weakerthans – Left and Leaving (da ‘Left and Leaving’, 2000)

In tutte le canzoni dei Weakerthans si percepisce un amore profondo per Winnipeg, la loro città di provenienza. Per le partenze ‘geografiche’: abbandonare un posto che si ama non è mai facile.

Sparklehorse – Sick of Goodbyes (da ‘Good Morning Spider’, 1998)

Se anche tu sei stufo di dire addio ad ogni persona che incrocia la tua strada e che non sai quando rivedrai questa è la canzone adatta per te. Fa parte dell’album composto dal cantante Mark Linkous dopo un grave incidente che gli fece quasi perdere l’uso delle gambe. Mark si uccise dopo qualche tempo, aggiungendo un addio dovuto a una lista già troppo lunga.

Franz Ferdinand – You are the Reason I’m Leaving (da ‘You Could Have It So Much Better’, 2005)

Dopo un paio d’anni di silenzio i Franz Ferdinand stanno lavorando a un nuovo album che dovrebbe uscire a breve. Probabilmente hanno smesso di scappare dalla ragione a cui questa canzone è dedicata.

Caribou – Leave House (da ‘Swim’, 2010)

Ve ne andrete da casa con Caribou, buttandovi nel mondo che c’è fuori, pieno di anime solitarie che aspettano solo voi per essere solitarie insieme.

Broken Records – A Leaving Song (da ‘Let Me Come Home’, 2010)

Scozzesi come i Franz Ferdinand, i Broken Records sono però più cupi e caratteririzzati da quell’uso di viloini da revival folk-pop che è tanto in voga ultimamente.

Chikinki – Like it or Leave it (da ‘Experiment with Mother’, 2005)

Per concludere un pezzo a metà tra elettronica e pop, se vi piace bene, se non vi piace leave it.

STREGA TOCCA COLOR…

Vi ricordate “strega tocca color…”, uno dei giochi che spopolavano ai tempi delle scuole elementari? Quanto era bello inventarsi regole diverse ogni volta, come quella ‘toccare i colori dei vestiti che hai addosso non è valido!’ e poi arrabbiarsi quando si perdeva (o gli altri baravano!). Vi lascio con questa madeleine proustiana: masticatela a suon di musiche colorate…

Miike Snow – Black and Blue (da ‘Miike Snow’, 2009)

Direttamente dalla Svezia Miike Snow ci propone un modo nuovo di vedere il mondo: se siete stanchi di dover sopportare un noioso bianco e nero, perche non provare un innovativo nero e blu?

Coldplay – Yellow (da ‘Parachutes’, 2000)

Successo dei Coldplay, che a me non stancano mai. “Guarda le stelle, guarda come brillano solo per te e per tutto quello che fai” da ascoltare quando la propria autostima ha bisogno di una spinta.

Fleet Foxes – White Winter Hymnal (da ‘Fleet Foxes’, 2008)

I Fleet Foxes ci fanno assaggiare un boccone d’inverno con la loro canzone che è ambientata sulla bianca neve che in ogni momento potrebbe diventare rossa come le fragole d’estate se Michael non fa attenzione e vi scivola sopra.

Kings of Leon – Red Morning Light (da ‘Youth and Young Manhood, 2003)

Conoscete i Kings of Leon soltanto per “Sex on Fire”? Beh, hanno molto altro da offrire..sono in giro da piu di 10 anni, con alle spalle ben 5 album. “Red Morning Light” apre quello con cui sono esorditi, un misto di country, rock e blues tutto da ballare.

Flaming Lips – Yoshimi Battles the Pink Robots pt. 1 (da ‘Yoshimi Battles the Pink Robots’, 2002)

Eccovi servita un’avventura fantascientifica, la lotta dell’eroina Yoshimi che deve salvare il mondo dai robots rosa che minacciano l’umanità, tra il Giappone e l’universo.

Van Morrison – Brown Eyed Girl (da ‘Blowin’ Your Mind, 1967)

Shalalalalalalalalalalala.. Van Morrison ha nostalgia dei tempi in cui cantava con la sua ragazza dagli occhi castani: ormai lei è cresciuta e a lui non resta che ricordare I suoi occhi in questo modo.

Discovery – Orange Shirt (da ‘LP’, 2009)

Progetto parallelo di Rostam Batmanglij, tastierista dei Vampire Weekend e Wesley Miles, cantante dei Ra Ra Riot, le frizzanti tastiere dei Discovery rispecchiano l’arancione della loro camicia (shirt), che è anche lo stesso colore della copertina del loro album.

The Cure – All Cats are Grey (da ‘Faith’, 1981)

Pezzone di una delle mie bands preferita e senza dubbio la preferita di questo periodo: avete presente quando certe canzoni sono come le ciliegie e una tira l’altra? Ecco,questo è l’effetto che hanno per ora su di me i Cure.

The National – Green Gloves (da ‘Boxer, 2007)

I National cantano I rapporti d’amicizia in un modo un po’ triste e malinconico, analizzato profondamente con l’aiuto dei guanti verdi del protagonista, che si trasforma in un chirurgo delle emozioni.

RHCP – Purple Stain (da ‘Californication’, 1999)

Kiedis e compagni ci fanno saltellare, non gli importa se nel frattempo ci si riempirà di macchie colorate. E il basso di Flea la fa da padrone, come d’abitudine.

UNA PLAYLIST PER DARE I NUMERI!

State dando i numeri per colpa di esami da preparare, tesi da scrivere o (magari!) vacanze da programmare?! MayJay trasforma le vostre ansie in musica, con una playlist matematica per aiutarvi a mettere i pensieri in ordine, uno dopo l’altro.

One – Yeasayer (da ‘Odd Blood’, 2010)

Si parte con una canzone sulle dipendenze, in particolare sull’alcolismo. L’intera canzone è una partita contro i propri limiti, cercando modi per superarli e ripartire da UNO.

Two – Antlers (da ‘Hospice’, 2009)

Gli Antlers sono uno di quei gruppi dalle multiformi ramificazioni tutte da scoprire, come le corna da cui prendono il nome.‘Hospice’ è un concept album che racconta la storia di un rapporto violento, paragonato a una relazione tra un malato terminale e il dipendente della casa di cura in cui è ospite.

Three Imaginary Boys – Cure (da ‘Three Imaginary Boys’, 1979)

Il terzo brano ce lo regalano i Cure, con le loro magiche atmosfere immaginarie che circondano i tre ragazzi di cui parla questa canzone. Succede quando realtà e fantasia si fondono dando origine a un viaggio onirico.

Four to the Floor – Starsailor (da ‘Silence is Easy’, 2004)

‘Silence is Easy’ è il secondo album della band inglese Starsailor e ‘Four to the Floor’ può essere considerata la loro canzone più conosciuta. Se, arrivati al quarto gradino della nostra scaletta musicale, vi sentite in vena danzereccia, ascoltate il remix di Thin White Duke.

The First Five Times – Stars (da ‘Set Yourself on Fire’, 2004)

Quando ho cercato questa canzone su Youtube mi sono resa conto che la mia è stata la cinquantesima visualizzazione: credetemi, se ascoltate gli Stars le prime cinque volte anche voi vi chiederete il perché di questo numero così basso.

Six Days at the Bottom of the Ocean – Explosions in the Sky (da ‘The Earth is not a Cold Dead Place’, 2003)

Lasciatevi trasportare dal cielo degli Explosions in the Sky fino ai fondali remoti dell’oceano, per quella che sarà un’avventura che vi permetterà di farvi catturare dalle loro liquide sonorità post-rock.

Seven Nation Army – White Stripes (da ‘Elephant’, 2003)

Al di là del motivo per cui questa canzone è nota ai più (esperti di calcio e non), i White Stripes sono uno di quei gruppi di valore che spesso vengono riconosciuti solo per un successo passeggero.

Eight Days a Week – Beatles (da ‘Beatles For Sale’, 1964)

Quando una settimana non basta per amare la persona che ami: otto giorni in una settimana a volte sarebbero proprio utili..

Nine in the Afternoon – Panic! At the Disco (da ‘Pretty. Odd’, 2008)

Se ai Beatles non bastano sette giorni in una settimana, i Panic! At the Disco vorrebbero un pomeriggio che si protrae fino alle nove; video divertente, tra combattimenti con le lancette dell’orologio e una banda che suona per strada.

…Ed ora tocca a voi! Se avete una canzone da numero dieci suggeritecela!

VOOLARE, OOH OH…

Questa settimana vi propongo una playlist con cui potrete volare in alto: vi librerete in un cielo blu, in cieli gialli ed eterni, planerete nei cieli di Parigi e per terminare assisterete al più grande concerto che si sia mai visto lassù tra le nuvole..siete pronti?!

Noah and the Whale – Blue Skies (da ‘The First Days of Spring’, 2009)

Questa canzone fa parte di quello che è l’album più tormentato dei Noah and the Whale, attraverso il quale il cantante Charlie Fink cerca di elaborare la rottura con la cantautrice inglese Laura Marling; è, come dice lui, una canzone per tutti coloro che hanno il cuore spezzato.

PJ Harvey – The Sky Lit Up (da ‘Is This Desire?’, 1998)

La polistrumentista PJ ci trascina in un cielo in fiamme attraverso due intensi minuti di rock British-style.

Maximo Park – Parisian Skies (da ‘Our Earthly Pleasures’, 2007)

Restiamo in tema inglese con i Maximo Park, che ci ricordano che uno dei nostri piaceri terreni (vedi titolo dell’album) è quello di ammirare il cielo sopra di noi. Beh, se poi si è a Parigi ancora meglio!

King Crimson – The Sheltering Sky (da ‘Discipline’, 1981)

I King Crimson sono stati indicati come uno dei primi gruppi fondatori di quel genere particolare che e’ il progressive-rock. Il titolo di questo bellissimo pezzo (che dura 8 minuti) e’ tratto da un romanzo di Paul Bowles, che ha a sua volta ispirato il film di Bertolucci del 1990.

Pink Floyd – The Great Gig in the Sky (da ‘The Dark Side Of The Moon’, 1973) 

Beh ragazzi, questa è vera e propria storia. Piccola stella che compone quella scintillante costellazione che è ‘The Dark Side Of The Moon’, la magia musicale dei Pink Floyd arriva fino in cielo.

Cranberries – Forever Yellow Skies (da ‘To The Faithful Departed’, 1996) 

Contenuta nell’album in memoria di Denny Cordell, produttore dei Cranberries, e del nonno di Dolores O’Riordan, entrambi morti in quel periodo, ‘Forever Yellow Skies’ è una canzone piena di speranza, tingendo il cielo di giallo.

Beatles – Lucy in the Sky with Diamonds (da ‘Sgt. Peppers and The Lonely Hearts Club Band, 1967)

Dopo il tributo ai Pink Floyd, non poteva mancare quello ai ‘Fab Four’ di Liverpool, che debuttano nella nostra rubrica con una delle loro canzoni più controverse, tanto che fu censurata dalla BBC a causa della presunta allusione all’LSD.

TEMPO DI DECISIONI

Non so se avete mai letto la poesia ‘If’, di Rudyard Kipling. Io l’ho fatto pochi giorni fa e mi ha lasciato qualcosa che solo le grandi poesie sanno fare, un misto di ispirazione e di speranza, di ottimismo e fiducia… e ce n’è sempre bisogno!

If significa: se anche per te prendere delle decisioni può talvolta essere difficile (da cosa comprare per cena a cosa fare della tua vita l’anno prossimo… un esempio a caso!) spero che questa playlist possa esserti (ci) d’aiuto!

What if – Bombay Bicycle Club (da ‘I had the blues but I shook them loose’, 2009)

Il nome del gruppo l’hanno scelto prendendo ispirazione da una catena di ristoranti inglesi a Londra, i Bombay Bicycle Club in questa canzone si chiedono cosa sarebbe successo se una sera avessero avuto il coraggio di fare il primo passo..

If you ever feel better – Phoenix (da ‘United’, 2000)

Canzone che ho riscoperto recentemente e pezzo perfetto da ascoltare ogni volta in cui sei un po’ giu’. I Phoenix sanno tirarvi su il morale e portano una ventata di fiducia nel futuro!

If you were there, beware – Arctic Monkeys (da ‘Favourite worst nightmare’, 2007)

Le scimmie artiche ci mettono in guardia: quando si tratta di streghe e serpenti, il consiglio e’ non avvicinarsi. Quando poi il titolo dell’album e’ un riferimento ai vostri peggiori incubi il risultato e’ If you were there, beware’.

If you wanna – the Vaccines (da ‘What did you expect from the Vaccines?’, 2011)

I Vaccines sono uno dei gruppi rivelazione di quest’anno. Io li ho visti qualche mese fa insieme a non piu’ di 50 persone e adesso hanno sfondato, soprattutto grazie a ‘If you wanna’.

If it is growing – Fanfarlo (da ‘Reservoir’, 2008)

Fanfarlo e’ un progetto londinese in cui si intrecciano sapori svedesi e francesi: svedesi sono infatti le origini del cantante, mentre il nome della band e’ preso da un romanzo di Baudelaire. Rilassanti, la perfetta colonna sonora per riflettere prima di prendere una decisione.

Damned if she do – the Kills (da ‘Blood pressure’, 2011)

Quando si tratta di prendere decisioni difficili i Kills sono l’ascolto perfetto. La voce della cantante Alison Mosshart vi permetterà di considerare anche i ‘se’ più spaventosi.

If I were a fish – Mum (da ‘Singalong to songs you don’t know’, 2009)

I surreali Mum sono un qualcosa di magico, ascoltarli sprigiona uno spiritello che ti segue mentre hai ancora la loro musica tintinnante nelle orecchie.

ASPETTANDO L’ESTATE…

Anche tu sei ancora costretto ad andare in giro con cappotto invernale e stivali il 10 di giugno e l’unica cosa che ti ricorda che dovrebbe essere estate sono le foto che i tuoi amici ti mandano dalle assolate spiagge sicule? Ecco qua un po’ di musica per invocare la tanto agognata bella stagione!

English summer rain – Placebo (da ‘Sleeping with Ghosts’,  2003)

Quando piove penso spesso a canzone; geograficamente un bel po’ di parte, musicalmente per me uno dei pezzi più belli di Brian Molko e compagni.

Blood red summer – Coheed and Cambria (da ‘In Keeping Secrets of Silent Earth: 3, 2003)

Mi ricordo che quando ho ascoltato per la prima volta i Coheed mi sembrava avessero una cantante donna. Mi sbagliavo. Il cantante si chiama Claudio Sanchez e non solo canta, ma disegna fumetti, da cui trae ispirazione per la sua musica.

The boys of summer – Ataris (da ‘So Long, Astoria, 2003)

Originariamente cantata da Don Henley nel 1984 (se vuoi farti un’idea CLICCA QUI), ‘the boys of summer’ è diventato un singolo di successo della rock band americana una ventina di anni dopo. I ragazzi so ragazzi, soprattutto d’estate.

Summer well – Interpol (da ‘Interpol, 2010)

‘I want to stay magical’: quando summer non è solo un nome ma anche un verbo, che significa trascorrere l’estate. Ecco, se la vostra la trascorrerete con gli Interpol sarà sicuramente un po’ più magical.

Wait for the summer – Yeasayer (da ‘All Hour Cymbals, 2007)

Spulciando tra recensioni varie, una volta ho letto questa frase ‘Yeasayer is like cocaine for aliens’ e mi sono trovata molto più che d’accordo. Se stai aspettando un’estate aliena devi ascoltare i Yeasayer.

Dias de Verano – Amaral (da ‘Pajaros en la Cabeza, 2005)

Che ne dici di un’avventura in terra spagnola? Sali sull’autobus degli Amaral e viaggia fino alla terra dove i giorni d’estate sono luminosi e si può andare in giro solo con una valigia.

Summer it’s gone – Grandaddy (da ‘Just Like the Fambly Cat, 2006)

I californiani Grandaddy (in italiano ‘nonno’) si sono sciolti nel 2006, principalmente a causa della decisione di non affidarsi alle grandi etichette per produrre la loro musica. Ed è proprio un peccato che la loro carriera sia finita come l’estate di cui parla questa canzone.

Vento d’estate – Max Gazzé (da ‘La Favola di Adamo ed Eva’, 1998 e ‘Niccolò Fabi’,  1998)

Per me l’estate non è estate se non è cantata almeno un po’ in italiano; ci pensa un Max Gazzé giovane giovane che, insieme a Niccolò Fabi, pedala spinto dal vento.

TWO VOICES IS MEGL’ CHE ONE!

Questa playlist sulle collaborazioni musicali è una piccola collaborazione in sé. Uno special thanks va infatti a una delle persone con cui i miei scambi musicali sono sempre fecondi e stimolanti e che mi ha dato validi consigli. Godetevela quindi, al quadrato.

Crystal Castles e Robert Smith – Not in Love

Robert Smith canta nel remix della canzone dei Crystal Castles originariamente contenuta in Crystal Castles II. Ormai avrete capito che i Cure sono uno dei miei gruppi preferiti: quindi godetevi il beat cristallino che si combina perfettamente con la profondità della voce di Smith.

Calexico e Iron and Wine – He lays in the reins

I Calexico sono una scoperta recente e una scoperta di quelle con la s maiuscola. Lasciatevi imbrigliare dalle note di questo piccolo gioiellino, nato dalla collaborazione di Iron and Wine, nome d’arte di Samuel Beam.

Thom Yorke, Four Tet e Burial – Ego

L’inimitabile voce di Thom Yorke (Radiohead) si confonde tra il dubstep di Burial e l’elettronica di Four Tet, in un cocktail musicale particolare.

Killers e Lou Reed – Tranquilize

I Killers, Lou Reed and un coro di bambini cantano in quello che è un pezzo di spicco del repertorio della band di Las Vegas; nel video Brandon Flowers appare posseduto cantando anche la parte di Lou Reed, che alla fine si riappropria della parte finale della canzone.

Marlene Kuntz e Skin – La canzone che scrivo per te

Questa canzone ha più di 10 anni, ma le chitarre dei Marlene si combinano ancora oggi con la voce di Skin (Skunk Anansie), e ci regalano un’atmosfera da pelle d’oca.

Strokes e Regina Spektor – Modern girls and old fashion men

Come dice un luogo comune, le ragazze sono generalmente più mature dei ragazzi (e qui i maschietti non me ne vogliano). Il confronto tra i protagonisti di questa canzone è però leggermente esagerato, dato che le signorine moderne hanno a che fare con antiquati ometti..cosa ne uscirà?

Khaled, Faudel e Rachid Taha – Abdel Kader

Un tocco arabeggiante ce lo regala quella che è una canzone dedicata ad Abdel Kader, leader della rivolta algerina contro i francesi a metà del diciannovesimo secolo. Nel video in una versione live energetica e partecipata.

Coldplay e Michael Stipe – In the sun

Le voci di Michael Stipe e Chris Martin si alternano, dando origine a una miscela acustica in cui le chitarre la fanno da padrone, in una collaborazione in equilibrio tra il pop-rockeggiante dei due gruppi.

Après la Classe e Caparezza – Lu sule, lu mare, lu jentu

Come assaporare una ventata di estate in questa quasi-(non) estate inglese, in cui ci si esalta per ogni timido raggio di sole, accompagnati da inglesi in infradito. Anche se il Salento è decisamente un’altra cosa.