IO, LA NEVE E I GENERAL ELEKTRIKS

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Maledetto rumore, perché tutto questo frastuono mentre dormo? Ho la sensazione di essermi appena addormentato. Lo so è la solita impressione, in realtà dormo almeno da cinque ore. Bene, devo cercare di capire da dove venga questo baccano.

Pronto, pronto? No, non è il telefono. E’ la sveglia. Sono le sette e mi sembra di aver dormito dieci minuti. Maledetto corpo. Oramai sono in piedi, chissà se alzando le tapparelle o guardando fuori riusciró a trovare la voglia di scendere a fare colazione. No. È buio. Nuvole e una leggera foschia. Devo essermi dimenticato, ieri notte prima di addormentarmi, che é inverno.

Niente panico, ora ascolto un po’ di musica e ritrovo le forze. L’ultimo album dei General Elektriks. Ricordo di essermi fissato sul brano “I’m Ready” ieri sera. Pezzo fantastico, ma come faccio a pensare di uscire di casa ascoltandolo? Infatti. Infatti alzo il volume e mi metto a guardare fuori dalla finestra. È la canzone perfetta per questa mattina grigia, mentre cerco le ciabatte e mi si congelano i piedi. Mi fumo una sigaretta, a fatica preparo il caffé. Mi vesto ed esco con la canzone nelle cuffie.

La neve entra a far parte della scenografia, assolutamente perfetta per riassestare i sensi ancora intorpiditi. Mi rifugio sotto ad una tettoia e mi concentro su “I’m Ready”. Il piano si impone da subito e rimane una piacevole costante per tutta la canzone. Senza fretta, arriva la batteria che prende per mano il ritmo e riesce a non far sentire la mancanza della chitarra. Riapro gli occhi e sento il suono dei violini. Mentre smette di nevicare, la canzone si conclude con un accordo sospeso: blocca la fine a metà, lasciandola in equilibrio come una ballerina sulle punte.

Una dolce frenesia di avant-funk , pop vecchia scuola, jazz crudo, ruvido, grezzo che si scopre con entusiasmo ascoltando l’intero album. “Parker Street” incuriosisce e si ripropone, non è facile da digerire. Canzoni come “Summer is here” o “Bow before the evening” chiedono di essere ascoltate e riascoltate. Ancora e ancora e ancora. Perché ti entrano in testa, perché sono come il calice di un buon vino: uno tira l’altro.

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