
E’ passato un mese esatto da quando, a Torino Comics, “Black & Orange” di Virginia Chiabotti, disegnatrice, e di Umberto Mangiardi, sceneggiatore, si è aggiudicato il primo premio al concorso fumettistico “Pietro Miccia”.
La notizia, ormai, non ha il pregio della freschezza, ma tant’é. A chi scrive andava di parlarne, sebbene sia la persona meno adatta a buttare giù queste righe. Perché? Innanzi tutto l’autore di questo pezzo, Andrea Donna, non ha alcuna cultura fumettistica ed è, inoltre, un pessimo giornalista: di quelli che, per intenderci, chiamano entusiasti la redazione, si fanno accettare il pezzo e lo consegnano poi, se va bene, venti giorni dopo. Inoltre, Andrea Donna conosce personalmente la disegnatrice di cui si sta per parlare ed è legato da fortissima amicizia con lo sceneggiatore. Insomma: la fiera della soggettività. Eppure il tema merita e la redazione di MayJayMagazine é ben contenta di aprire una parentesi.
Ci sono vari elementi che possono far sì che una serie di strisce si aggiudichi un premio (il che nello specifico significa che quelle strisce hanno potenzialità, sono giudicate in grado di piacere a un pubblico e magari anche di vendere: il premio del “Pietro Miccia” consiste proprio nella pubblicazione da parte della Casa Editrice Pavesio). Tra questi – ha spiegato a chi scrive Fulvio Gatti, della giuria del premio – c’è anche “la tenerezza”. Proprio così: Chiabotti e Mangiardi – anzi Virginia e Umberto, giacché parliamo di amici e non ancora di artisti affermati – hanno vinto anche “in virtù della tenerezza espressa dalle loro vignette”.

Questo il giudizio di un addetto ai lavori (giudizio che, a scanso di equivoci, condividiamo in pieno). Non rischiamo di peccare di modestia e azzardiamo anche un nostro parere, da assoluti profani. L’abilità di Virginia e Umberto sta anche, secondo noi, nell’evitare un difetto tanto comune nei giovani artisti: l’uso dell’artistese, quella patina estetica da creativo di facoltà umanistica che rende tutti uguali (e noiosi, e banali, e in generale di scarsa qualità) troppi lavori di giovani cineasti, prosatori o designer.
Altro che artistese: Virginia e Umberto parlano, con perfetta dizione, un meraviglioso idioma del pennino e della china. E, soprattutto, parlano una lingua già adulta. Adesso la sfida sarà “liberarsi di Charles Schulz e di Bill Watterson” (citiamo di nuovo Fulvio Gatti) e volare da soli, con le proprie ali, verso un proprio linguaggio originale.

Virginia e Umberto hanno tutte le capacità per farlo al meglio. E chissà che non torneremo a raccontare di loro, ancora, su queste pagine virtuali: parlando di loro, però, come di Chiabotti e di Mangiardi.
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